Da quando ho pubblicato il mio (primo?) libro sono entrato nel mondo degli scrittori e ho avvicinato quello degli editori. Qui in mezzo vengo talvolta in contatto con sentimenti elitari, in cui chi scrive si vuole distinguere dalla massa rozza e analfabeta. Noi siamo speciali, più sensibili, più attenti al mondo che ci circonda, soltanto noi capiamo veramente…

Stronzate.

O più elegantemente: mi dissocio.

Chi si crede speciale non si rende conto che siamo tutti speciali, nel senso che ognuno di noi è diverso e unico. Quindi non ha capito un fico secco.

Spero di non offendere nessuno. O, per meglio dire: se qualcuno si offende sono contento di offenderlo, ma mi dispiaccio per la sua arroganza. E per la sua pigrizia del non voler scoprire gli altri.

Poi magari il problema è mio, di uno che come scrittore non vale un granché, e che quindi non ha sviluppato la conseguente autocoscienza di essere un aspirante Nobel per la letteratura.

 

Per certi versi questa critica è un’estensione di un articolo non mio, dalla cui lettura sono scaturite riflessioni e dibattiti interni (tanto per cambiare), di quelli che mi fanno sospettare di essere affetto da un qualche disturbo di personalità.

In soldoni, il collegamento è: l’autocompiacimento dello scrivere per qualcuno è una giustificazione sufficiente per dotarsi di medaglie di superiorità.

Ma nel momento in cui ci si sente superiori viene meno la curiosità per ciò che ci circonda, che è il pane di ciò che scriviamo. Quindi ciò che si scrive rimane denutrito, macilento, privo di sostanza. Può anche essere farcito di stile insuperabile, ma una volta letto lascia un segno indelebile quanto un castello di sabbia in spiaggia.

 

Chissà se l’appena defunto Gabo se la tirava?

 

Umiltà.